C’è chi le uova se le canta

Tra le tante feste in onore della primavera, il calendimaggio o  cantar maggio è una tradizione  ancor oggi viva in molte regioni d’Italia fra le quali il Piemonte, in particolare nella zona di confine fra le cosiddette Quattro province (Piacenza, Pavia, Alessandria e Genova).

Un  aspetto caratteristico di questa celebrazione è rappresentato dalla questua delle uova che coinvolge complessi di musici e canterini ambulanti i quali si spostano nelle campagne raggiungendo cascine e frazioni, secondo un rituale codificato e comune a molte regioni.

I maggianti o maggerini cantano strofe augurali, suonano strumenti  davanti a ogni soglia  accompagnati da un ragazzo che interpreta il ruolo di un fraticello questuante e regge il cestino  contenente i doni ricevuti durante il percorso (in genere uova, vino e altri prodotti agricoli).

Nella provincia di Alessandria, la consuetudine del Cantare le uova, Cantè J’euv, si ripete, seppur meno assiduamente che in passato e  si svolge seguendo  un preciso canovaccio.

I canti, talvolta improvvisati, iniziano solitamente con un saluto augurale ai padroni di casa, rivolgono  complimenti alla famiglia e alle eventuali fanciulle nubili presenti e si concludono con la richiesta delle uova;  è in questa fase che i ritmi si fanno più incalzanti e vivaci in un crescendo della musica e del coro.

Spetta alla padrona di casa, cui viene dedicata particolare attenzione nella recita, decidere se donare ai musicanti delle uova insieme ad altre derrate o farli accomodare offrendo loro di che rifocillarsi e da bere.

E così la cerimonia si ripete di casa in casa.

Simbolo della rinascita primaverile sono gli alberi (ontano, maggiociondolo) che accompagnano i maggerini e i fiori (viole, rose) con cui i partecipanti si ornano e che vengono citati nelle strofe dei canti.

Si tratta di una celebrazione che risale alle antiche popolazioni europee (celti, liguri, latini), la cui vita era molto più di oggi dipendente  dai cicli  della natura e che, a partire dal Medioevo,verrà influenzata dalla strumentazione musicale e dalla metrica poetica dei Trovatori catalani e provenzali; fra questi il grande Rambaldo de Vaqueiras (1165-1207) che fu ospite dei marchesi di Ponzone e cantò in una sua celebre lirica la bellezza delle donne ponzonesi.

Menu di Pasqua

GIORNI DI PASQUA E PASQUETTA

MENU ALLA CARTA

 

 

Antipasti:
Punta di petto curata con profumi di erbe e spezie
Tortino do carciofi, fonduta parmigiano
Insalata a croccante,verdure di stagione, uova di quaglia, sushi  di salmone

Primi a scelta:
Gnocchi di patate farciti di pesto con basilico di Prá
Cappellacci di carciofi, ragù ai carciofi
Tagliatelle di boragini, maggiorana con sugo di agnello

Secondi a scelta:
Tacchinella ripiena
Cosciotto di agnello alle erbe e asparagi
Vitello tonnato in punto di rosa, salsa alla monferrina

Dessert:
Dolci pasquali

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Felice Pasqua!

Felice Pasqua!

Se una “rondine” non fa primavera, un uovo sì

Entrate, da secoli, nelle nostre abitudini alimentari, le uova sono ritenute fin dall’antichità più remota simbolo della vita che rinasce; tale simbologia, già presente nella religione ebraica, fu ripresa dai primi Cristiani per celebrare la resurrezione di Cristo.

Ma già presso  alcuni popoli pagani  era consolidata la tradizione di scambiarsi, durante i riti propiziatori della fertilità, uova colorate, considerate di buon auspicio mentre fra i Romani, secondo quanto riferisce  Plinio, era costume seppellirle nei campi dipinte di rosso per  favorire l’esito dei raccolti.

L’usanza dello scambio di uova decorate si sviluppò, nel Medioevo, come regalo dei nobili alla servitù; l’uso di donarle  in occasione della Pasqua, invece, nacque probabilmente in Germania. Ancora oggi, in molte case, si colorano quelle sode, con tinte vegetali alimentari (spinaci, ortiche e prezzemolo per il verde, camomilla o zafferano per il giallo).

Risale all’epoca  medievale  la creazione di uova artificiali fabbricate o rivestite di materiali preziosi quali argento, platino e oro, ovviamente destinate ai ceti abbienti.

Con la conquista delle Americhe, che  introdusse in Europa il cacao, le uova augurali divennero di cioccolato (famose quelle delle antiche pasticcerie torinesi e di  Modica, in Sicilia) e, assieme alla colomba, finirono per rappresentare il dolce pasquale per eccellenza.

Siamo soliti associare l’uovo alla gallina che, tuttavia, è solo uno degli animali che si riproducono con la deposizione e la cova; in alcuni paesi della nostra Europa Settentrionale, si tramanda  la raccolta delle uova di uccelli selvatici (anatidi, oche, gabbiani , otarde), affidata oggigiorno  a  cooperative autorizzate, limitatamente alla prima covata.

Sono ovipari insetti, anfibi, rettili e gli stessi pesci, le cui uova sono spesso considerate prelibatezze come nel caso del caviale e della bottarga.

Il significato simbolico dell’uovo ritorna spesso nella letteratura; ne “Il vecchio e il mare” di E. Hemingway sono proprio le uova di tartaruga a sostenere le fatiche del protagonista  Santiago che “…mangiava le uova bianche (di tartaruga) per darsi forza. Le mangiava per tutto maggio per essere forte a settembre e a ottobre per i pesci proprio grossi.”

Nella favola di Sepulveda “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” il micio Zorba cui mamma gabbiano, soffocata dal petrolio, aveva affidato il suo uovo, si impegna, con comprensibile disagio, nella cova:” ma una promessa è una promessa e così, avvolto dal tepore dei raggi solari, si addormentò tenendo stretto alla sua pancia nera l’uovo bianco macchiato di azzurro”

Le arti figurative, in particolare la pittura,   ripropongono l’uovo associato  alla creazione, come in S. Dalì e nella più enigmatica  tela di J. Bosch, o ci tramandano la memoria di antichi mestieri come in Velazquez.

E PER CONCLUDERE: FELICE PASQUA!

Cinzia    Enrico

Felice Pasqua!

Felice Pasqua!