Ponzone “Luogo del Cuore” del FAI

Fai ponzone

IL TERRITORIO DEL COMUNE DI

PONZONE E’ UN “LUOGO DEL CUORE” DEL FAI-FONDO AMBIENTE ITALIANO

CENSIMENTO 2014-SEZIONE SPECIALE

“ EXPO 2015. NUTRIRE IL PIANETA

 

UNO SGUARDO AL FUTURO, PER NUTRIRE NON SOLO GLI ABITANTI, MA LA TERRA MADRE, CONSERVANDO EQUILIBRI FONDAMENTALI PER LA VITA DEL PIANETA STESSO.

PER VALORIZZARE LUOGHI, QUALI IL PONZONESE, FORMIDABILI INCUBATRICI NON SOLO DI BELLEZZE PAESAGGISTICHE E DI STORIA, MA ANCHE DI MICROCLIMI ED ECOSISTEMI SEMPRE PIU’ INDISPENSABILI; IN GRADO, INOLTRE, DI SODDISFARE, LA CRESCENTE “ RICHIESTA DI UN AMBIENTE CAPACE DI DARE SERENITA’” COME SOSTIENE CLAUDIA SORLINI PRESIDENTE DEL COMITATO SCIENTIFICO DI EXPO 2015

Se lo dice Hemingway…..

Faceva freddo in autunno, a Milano, e il buio calava molto presto. Allora si accendevano le luci, ed era piacevole camminare per le strade guardando le vetrine….dovevamo in ogni modo attraversare il Naviglio. Si poteva scegliere fra tre ponti. Su uno di essi una donna vendeva caldarroste. Si stava al calduccio, davanti al fuoco della sua carbonella, e dopo le castagne rimanevano calde dentro la tasca.” (Ernest Hemingway, I primi quarantanove racconti)

castagnoAntico quanto il mondo il castagno è una delle più importanti essenze forestali europee, la cui diffusione prese avvio con i Greci, si estese durante la dominazione romana, raggiungendo la massima diffusione nel Medio Evo grazie soprattutto all’opera degli ordini monastici.

A testimonianza rimangono , in Italia, numerosi toponimi fra i quali quello della frazione ponzonese di Piancastagna.

Questa pianta deve la propria longevità alla versatilità che la caratterizza;coltivata non solo per il legname, particolarmente resistente, ma anche per il frutto che rappresentava un’importante risorsa alimentare sia delle popolazioni rurali, specialmente collinari e montane, che delle ciurme di rematori delle galee che lo consumavamo, mescolato a fave e gallette, sotto forme di zuppa.

Le cronache di metà ottocento riferiscono che le castagne, assieme al carbone, erano, nel territorio di Ponzone, “i più considerevoli” prodotti; un secolo prima il loro mancato raccolto aveva provocato una grande carestia e costretto più di duecento famiglie ad abbandonare la zona e le rimanenti a nutrirsi di ghiande.

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Il declino della coltivazione del castagno, iniziato nel Rinascimento a causa dell’incremento della cerealicoltura e dell’introduzione delle patate, è proseguito per tutto l’ottocento causando, fin dalla fine di questo stesso secolo, la sua marginalizzazione, con alcune eccezioni locali (Cuneese, Garfagnana).

Anche l’introduzione di nuovi materiali da costruzione e il crescente interesse verso altre essenze forestali da legno, ha contribuito al progressivo abbandono dei castagneti che si sono spesso inselvatichiti, sviluppando una particolare resistenza alle malattie come quelli del ponzonese, rinati dai vecchi ceppi dopo la decimazione, avvenuta a metà ‘900 , a causa dell’epidemia di “inchiostro”.

Ai tempi nostri la castanicoltura è circoscritta alle aree di maggiore vocazione e limitata alle varietà di particolare pregio, sia per i frutti che per il legno, mentre l’utilizzo della farina trova un impiego secondario nell’industria dolciaria.

Nel nostro Ristorante utilizziamo creme di marroni di qualità eccellente nella preparazione delle nostre crostate, Pavlove e Chantilly.

Simpatico, ma elusivo

Capita, passeggiando nei boschi del Ponzonese, di vederlo sgattaiolare ai lati del sentiero oppure risalire con estrema agilità lungo i tronchi degli alberi, sventolando nell’aria la sua importante coda: stiamo parlando dello scoiattolo, in particolare dello scoiattolo rosso (Sciurus vulgaris) abitante, a dire il vero abbastanza diffuso, delle zone Appenniniche e Alpine della nostra Penisola.

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Se non lo si incontra tanto spesso è perché questo simpatico roditore ha un temperamento piuttosto schivo e il suo mantello, che muta le tonalità del proprio colore, da rossiccio a marrone scuro, a seconda delle specie arboree che frequenta, gli consente di mimetizzarsi nella vegetazione.

Il bosco è la sua fonte primaria di alimentazione; si nutre infatti di nocciole, semi di faggio, pino, ghiande, castagne che nasconde sotto terra per utilizzarli, in parte, in inverno e primavera. Gli “avanzi” delle scorte, restando nel terreno, avranno modo di germinare e di riprodurre nuove piante, favorendo così lo sviluppo di un bosco sano e l’equilibrio dell’ecosistema.

Questo utilissimo roditore fa il nido nelle cavità dei tronchi, talvolta in mezzo rami, ha abitudini diurne e, in inverno, non cade in letargo ma si concede lunghi pisolini che interrompe di tanto in tanto. E’ praticamente invincibile quando si arrampica, teme solo la martora , abile quanto lui nelle scalate, e sfugge ai rapaci, che pure lo cacciano, con rocambolesche giravolte attorno ai rami su cui si muove in velocità, compiendo improvvise inversioni di marcia e altrettanto subitanee soste. Solo nelle posizioni a terra, allo scoperto, si sente vulnerabile, per questo le evita.

Da qualche tempo subisce la concorrenza di altre specie non autoctone: lo nord americano (grigio) piuttosto aggressivo e quello thailandese presente, quest’ultimo, con una piccola colonia nella zona di Acqui Terme, entrambi dannosi all’agricoltura.scoiattolo_rosso

La ricca coda è uno strumento a più funzioni: d’inverno gli serve per ripararsi dal freddo, d’estate è una difesa contro la calura, funge da timone per le sue spettacolari virate, oppure si trasforma in paracadute durante i voli; in primavera, la stagione degli amori, diventa un bel pennacchio da mettere in mostra per conquistare l’altro sesso.

Lo scoiattolo ha riscosso la simpatia degli esseri umani fin dai tempi remoti; rappresentava, all’epoca dei Romani, il passatempo preferito delle ricche Matrone e, nell’antica Grecia, era amatissimo dai bimbi che non si separavano mai da lui. Possiamo dunque affermare che sia stato uno dei primi animali da compagnia.

Pionieri nel Parco

E’ facile incontrarlo percorrendo i sentieri del Parco Faunistico dell’Appennino, a pochi kilometri dal ristorante Malò, abbarbicato sulle rocce di un precipizio: è talmente bello che, dopo aver fatto la sua conoscenza si finisce per cercarlo, in tutte le stagioni.

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Parliamo del Sorbo montano (surbus aria), specie arborea originaria dell’Europa centro-meridionale “Aria”, secondo la definizione che ne fecero gli antichi Romani, poiché era particolarmente diffuso nella regione di Ari, nell’Asia occidentale.

E’ tipico della fascia montana , con fusto alto fino a 15 metri ma, se cresce in situazioni difficili, assume la forma di un arbusto (nel Parco Faunistico ne nascono alcuni addirittura sul tracciato dei sentieri). Predilige suoli asciutti, e cresce bene anche in luoghi sassosi. Necessita di abbondante luce e resiste molto bene al freddo. In Italia settentrionale lo si trova fino ai 1700 m di altitudine. La sua grande adattabilità a terre impervie fa del sorbo montano, assieme alla ginestra, una pianta pioniera in quanto prepara il terreno per altre specie più esigenti.

Ha chioma ampia e a cupola, le foglie sono ovali: verde scuro nella parte superiore, ricoperte di fittissima peluria chiare nella parte inferiore che le conferisce un colore argentato.

fiori sorboFiorisce in primavera, un fiore bianco, i cui semi sono portati in grappoli alla fine dei rametti; in autunno si adorna di bacche rosse, frutti che un tempo venivano usati per alimentazione umana, abitudine   ora in uso solo in alcune Regioni dove viene utilizzato per marmellate e gelatine oppure per aromatizzare la grappa.bacche sorbo

In tempi di carestia , essendo la loro polpa farinosa, venivano macinati e mescolati alla farina di grano per fare il pane.

Come per suo cugino il “Sorbo degli uccellatori” la bacche sono molto appetite dai volatili che se ne cibano in gran quantità.

Svolge un ruolo importantissimo per la conservazione del mantello boschivo e della ricchezza della fauna: impariamo ad amarlo.

Duetto notturno nel bosco

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Dalla vallata sale un canto melodioso: è l’assiolo che, calate le tenebre, veglia per guadagnarsi la vita sua e quella del  nido.

Questo minuscolo rapace, uno dei  più piccoli uccelli notturni,  dal piumaggio grigio-marrone striato di scuro presenta due  ciuffetti di piume sul capo, dove spiccano i grandi occhi gialli, che lo fanno somigliare a un gufo in miniatura.

Vive di norma solitario. Ama ruderi, vecchi cascinali, alberi cavi , purché sempre ben riparati, nei quali si rifugia di giorno  per riposare e dove alleva, nella stagione della riproduzione, la propria covata.

E’ un migratore  e quando torna dall’Africa, nella tarda primavera, restituisce alle serate  ponzonesi l’armonia del suo canto: un “djü”  “chiù” (che in alcune zone gli ha dato il nome) che si diffonde dolcissimo nelle vallate, grazie anche al silenzio che accompagna le notti di questo angolo dell’ Alto Monferrato; la sua presenza preziosa, che si va  rarefacendo, è favorita dal rigoglio di una natura generosa che ospita ben due Parchi naturali: quello faunistico dell’Appennino (nel Comune di Ponzone) e quello contiguo del Beigua (patrimonio Unesco) nella confinante Liguria, che costituiscono la formidabile risorsa  ambientale di questi luoghi (entrambi si trovano a pochi chilometri dal Ristorante Albergo Malò).

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L’attività di canto dura dal tramonto all’alba successiva: femmine e  maschi si alternano spesso  in duetto, la femmina con un’intonazione un po’ più alta e un po’ meno regolare del maschio.

Si nutre prevalentemente di insetti e, quando si sente minacciato, si ripara fra le fronde più alte, mimetizzandosi e rimanendo immobile: non appena il potenziale pericolo si avvicina, l’assiolo si sposta nuovamente riassumendo la medesima postura mimetica.

La serenità che infonde il suo canto, quasi una ninna nanna, concilia il sonno, anche alle persone più tormentate dalle tensioni del moderno vivere.

Il carciofo dal cuore tenero…

Spinoso, ma …

“Il carciofo dal cuore tenero

Si vestì da guerriero,

eretto costruì una piccola cupola

si mantenne impermeabile

sotto le sue squame,

Allineato in file

non fu mai tanto marziale

come nei mercati “

(Pablo Neruda, Oda a la alcachofa)

Affidatelo  a Cinzia, Chef del Ristorante Malò, lo renderà  pastoso, delicato e lo trasformerà in un prelibato ripieno per i suoi cappellacci , in un saporito  condimento o in un sorprendente tortino.

Ortaggio di antica tradizione è molto probabilmente di origine italiana; nato selvatico, come spesso accade alle verdure, venne  addomesticato in Sicilia a partire dal I secolo, dove ancora si trova, in orti di famiglia, un’antica cultivar che sembrerebbe essere una forma di transizione fra il cardo selvatico e alcune varietà di carciofo.

Da questa isola l’ortaggio “emigrò” verso la Toscana, dove apparve attorno il 1466, e successivamente in Francia, introdotto da Caterina d’ Medici alla corte francese, che lo portò dall’Italia quando andò in sposa al re Enrico II di Francia.

La pianta, conosciuta presso Greci e Romani, come Cynara , prende il nome da una ninfa dagli occhi verdi e viola, alta e snella e con capelli color cenere, di cui si innamorò perdutamente Giove senza essere corrisposto: il Dio,offeso dall’atteggiamento della fanciulla che osava resistergli, in un momento d’ira, la trasformò in un carciofo le cui spine rappresentavano il carattere difficile dell’amata, ma il cui cuore ne manteneva l’accattivante colore degli occhi.

Coltivati soprattutto in Italia, Egitto e Spagna i carciofi  furono introdotti anche in Inghilterra: vi sono notizie  che nel 1530 si trovassero nel Newhall nell’orto di Enrico VIII, mentre i colonizzatori spagnoli e francesi li portarono in America nel secolo XVIII, rispettivamente in California e in Louisiana.

Negli Stati Uniti d’America la maggior produzione di carciofi si ha nello Stato della California, dove, nella contea di Monterey si concentra più dell’80% del totale nazionale; proprio in questa regione, a Castroville,  dal 1949, si celebra il “Festival del carciofo” che incoronò, nella sua prima edizione, Marilyn Monroe  “Regina del carciofo”, legando ancora una volta la storia di questo ortaggio a una bellissima donna.

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